giovedì 25 febbraio 2016

Disturbo post-traumatico da stress nei bambini

Il PTSD nei più piccoli



Cari lettori, in questo articolo vogliamo parlarvi di come il PTSD che spesso viene attribuito solo agli adulti possa colpire anche i più piccoli. Infatti, il disturbo post-traumatico nei bambini e negli adolescenti presenta alcune differenze rispetto al PTSD negli adulti.

Nel DSM-IV il PTSD nell’infanzia e nell’adolescenza viene descritta come “la reazione di paura nei bambini ad un’esperienza specifica di stress estremo ed al trauma psicologico derivante da un pericolo concreto, una minaccia di morte o serie lesioni. Inoltre i sintomi devono causare un disagio clinicamente significativo o interferire con le aree importanti del funzionamento”.

Nel diagnosticare il PTSD nei primi anni di vita, occorre identificare i seguenti sintomi: 
1) l'evento traumatico riemerge (gioco post-traumatico, racconto, incubi, angoscia quando viene chiesto di ricordare il trauma); 
2) appiattimento della sensibilità del bambino o arresto o distorsione del processo di sviluppo dopo un evento traumatico (ritiro sociale, gamma limitata di affetti, perdita temporanea di competenze già acquisite, riduzione delle capacità di gioco); 
3) aumento dell'attivazione (terrori notturni con risvegli, difficoltà di andare a letto, difficoltà del sonno, difficoltà di attenzione e concentrazione, ipervigilanza); 
4) sintomi come paura e aggressività (aggressività verso i pari, gli adulti o gli animali, ansia di separazione, paura del buio o di andare al bagno da solo, comportamenti dannosi per sé stessi, comportamenti sessuali o aggressivi non adeguati all'età).

Sono stati costruiti alcuni strumenti per diagnosticare e quantificare il disturbo nei bambini. Tra questi: il Children’s Impact of Traumatic Events Scale Revised (Wolfe et al. 1991); il Trauma Symptom Checklist for Young Children (John Briere 2005); Childhood Trauma Questionnaire (Bernstein et al.1997).
Sono particolarmente importanti le relazioni stabilite con le figure d’attaccamento, l’atteggiamento che i genitori hanno verso i figli e verso l’evento traumatico rappresenta senz’altro un’importante fattore protettivo, in grado di ridurre i rischi di esiti negativi.
In merito all’intervento, i dati della letteratura supportano ampliamente l’efficacia del modello cognitivo-comportamentale nel trattamento del PTSD in età evolutiva (Deblinger et al. 1990; Dettore e Fuligni 1999).  
I bambini con PTSD sono spesso restii ad istaurare un legame e mettono in campo molte resistenze, per questo motivo l’intervento terapeutico deve innanzitutto creare un rapporto di fiducia (Giamundo, 2007). Il clinico dovrà capire quali schemi cognitivi/interpretativi il bambino ha sviluppato, in conseguenza all’esperienza traumatica, sia su gli altri che su se stesso. Per fare questo, gli strumenti possono essere diversi, ad esempio giochi, vignette, racconto di storie o con il colloquio clinico a seconda dello sviluppo del bambino. È importante incoraggiare il bambino ad individuare persone di fiducia con cui potersi aprire e confrontare, l’intervento infatti deve anche puntare a facilitare l’espressione dei pensieri e delle emozioni legate alle esperienze traumatiche senza però forzarla.



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