In questo post vogliamo
spiare per così dire “dal buco della serratura” la famosa Realtà Virtuale
(VR), che in questo ultimo
periodo, grazie anche all’immissione in commercio su larga scala di prodotti
che ne consentono un utilizzo ludico oltre che clinico, si sta facendo
conoscere non senza dibattiti e scetticismi.
Nel nostro caso però ne
parleremo incentrandoci sui potenziali benefici che sta portando nell’ambito
esclusivamente clinico.
Dopo che numerose ricerche
condotte negli ultimi anni hanno dimostrato l’efficacia della VR nel curare
alcuni tipi di disturbi, vogliamo illustrarvi gli aspetti innovativi che ha
l’utilizzo di tale tecnica rispetto a quelle tradizionali usate per curare ad
esempio fobie e disturbi da stress post-traumatico .
Le modalità classiche più diffuse
consistono innanzitutto nelle terapie di esposizione in vivo, dove l’individuo
è immerso in situazioni della sua realtà quotidiana, e in quelle di esposizione
prolungata, dove sostanzialmente le sedute, e quindi anche la durata di
esposizione allo stimolo in questione, vengono ampliate temporalmente.
Un'altra tecnica
largamente diffusa è quella della terapia immaginativa, che si basa sul principio
di far, per l’appunto, immaginare al paziente situazioni per lui paurose,
o comunque problematiche, con l’obiettivo di promuovere un confronto con le
proprie memorie che causano disagio. Le assi portanti di questa tecnica sono la
motivazione, la cooperazione e la concentrazione del paziente, e il suo
coinvolgimento emotivo è uno degli ingredienti fondamentali per una buona
riuscita della terapia. Questa tecnica, sebbene mostri dei casi in cui è
efficace, per quanto riguarda la cura del PTSD può risultare un terreno pieno
di ostacoli, in quanto l’evitamento è proprio uno dei principali sintomi.
Per ovviare a simili
inconvenienti, la VR, e nello specifico la VRET (Terapia di Esposizione alla
Realtà Virtuale), sembra essere una strada feconda.
Questa, attraverso uno
schermo vicino agli occhi, mostra al soggetto uno scenario verosimile alla
realtà, e cerca di escludere gli stimoli ecologici dell’ambiente in cui il
soggetto si trova realmente, per sostituirli con quelli provenienti dal
computer, creando l’illusione di essere effettivamente nel mondo virtuale
proposto.
Nel caso del PTSD si
stanno progettando programmi che oltre a proporre al soggetto stimoli visivi,
gli forniscano anche delle integrazioni sonore, tattili, olfattive e
propriocettive (come una pedana che riproduce boati e scosse), funzionali a
rivivere, e quindi rielaborare, l’esperienza traumatica in tutta sicurezza e
sotto il pieno controllo del clinico competente che può andare a modificare e
moderare gli stimoli di esposizione.
Invece ciò per
cui ora ci si sta interrogando è se questo strumento sia etico, in quanto è stato
riscontrato che può produrre effetti collaterali lievi e moderati sia dal punto
di vista fisico (disorientamento, disturbi visivi, nausea), sia psicologico
(stress, dipendenza, isolamento, allucinazioni).
Inoltre grazie alla
grafica sempre più avanzata, l’avatar del paziente ricreato nel mondo virtuale
è sempre più verosimile, andando a risultare come una forte estensione del
soggetto nel mondo proposto; questo comporta l’interrogativo di quali
interazioni siano eticamente possibili da proporre all’avatar nell’ambiente di
cura e quali no.
Certo è che, dati i
presupposti, la Realtà Virtuale farà sempre più parte della nostra
realtà.
Letture prêt à porter:
Graber, M. & Graber, A. (2010). Get Your Paws off of My Pixels: Personal Identity and Avatars as Self. JMIR Publications, 12.
Levy, C., Randall, M., Oliverio, J.,& Sonke, J. (2010). Healing the Wounded Warrior: Virtual Environments for Therapeutic Solutions (VETS). Digital Worlds Institute,
Patterson, J., & Nanni, N. (2015). Virtual Reality Exposure Therapy (VRET) for combact-related post-traumatic stress disorder (PTSD). Conference Session A11, 30 Gennaio, Università di Pittsburgh, Pennsylvania.
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